Una parola entrata nel lessico comune
"Sto facendo masking" è una frase che, negli ultimi anni, è diventata familiare a chiunque frequenti la community autistica online o i social. Indica lo sforzo cosciente o semi-cosciente di nascondere i tratti autistici per adattarsi al mondo neurotipico — controllare il contatto visivo, modulare la voce, sopprimere gli stimming, copiare comportamenti sociali, mascherare il sovraccarico sensoriale.
Il fenomeno è reale, è documentato, e ha conseguenze importanti — il prezzo del camuffamento sostenuto nel tempo include burnout autistico, depressione, disturbi d'ansia, perdita di un senso di sé autentico. Su questo c'è ampia convergenza sia clinica sia scientifica.
Quello che è meno solido, secondo una critical review pubblicata sulla rivista Autism nel maggio 20261, è il modo in cui la comunità scientifica sta misurando il fenomeno. Gli autori hanno passato in rassegna 389 studi e ne hanno tirato fuori un quadro che richiama all'ordine: termini usati in modo intercambiabile in alcuni paper e distinti in altri, riferimenti incoerenti alla letteratura concettuale di base, e — punto delicato — uno strumento di misura ampiamente diffuso (la Camouflaging Autistic Traits Questionnaire, CAT-Q) che mostra problemi di validità.
Il problema concettuale
Cominciamo dal lessico. Nelle pubblicazioni scientifiche degli ultimi vent'anni si trovano almeno tre termini principali — camouflaging, masking, compensation — usati spesso come sinonimi, talvolta come concetti distinti. Si aggiungono impression management (gestione dell'impressione), passing (passare per neurotipico), adaptive morphing e altre varianti.
Sono davvero la stessa cosa? In linea teorica no. La letteratura concettuale ha proposto distinzioni importanti:
- Masking: il tentativo di nascondere o sopprimere comportamenti autistici visibili (stimming, monologhi, evitare contatto visivo). È un'azione di nascondimento.
- Compensation: l'uso di strategie cognitive per supplire a difficoltà nella cognizione sociale (per esempio, memorizzare conversazionali tipiche, leggere espressioni facciali in modo deliberato anziché intuitivo). È un'azione di sostituzione.
- Camouflaging: termine ombrello che racchiude entrambe — nascondere i tratti e sostituirli con comportamenti più "neurotipici". È stato il più usato nella letteratura recente.
- Impression management: termine più ampio, di origine sociologica, che include qualsiasi modulazione del comportamento per influenzare la percezione che gli altri hanno di noi (lo facciamo tutti, autistici e non).
La review Autism documenta che questi termini vengono spesso scambiati l'uno con l'altro nei paper, senza una giustificazione concettuale esplicita. Risultato: stiamo davvero studiando lo stesso fenomeno, attraverso 389 studi? Probabilmente no, ed è un problema.
Il problema della misurazione: la CAT-Q
La Camouflaging Autistic Traits Questionnaire (CAT-Q) è lo strumento più ampiamente utilizzato per quantificare il camouflaging. È un questionario auto-somministrato, sviluppato nel 2018, che misura tre dimensioni: masking, compensation, assimilation.
La review Autism riconosce che la CAT-Q ha eccellente affidabilità interna (i suoi item misurano un costrutto coerente, dal punto di vista statistico). Ma sulla validità — cioè sulla capacità di misurare effettivamente il camouflaging autistico, e non altro — i dati sono misti.
Due problemi specifici emergono:
Confondimento con l'ansia sociale. Diversi item della CAT-Q hanno una sovrapposizione semantica con questionari di ansia sociale ("Mi sforzo di apparire come gli altri si aspettano", "Programmo le conversazioni in anticipo"). Questi comportamenti possono essere sintomi di ansia sociale anche in persone non autistiche. Risultato: alcune persone con elevata ansia sociale e bassi tratti autistici possono ottenere punteggi alti sulla CAT-Q, e viceversa alcune persone autistiche potrebbero non riconoscere come "camouflaging" comportamenti che sentono naturali.
Limitata specificità autistica. Strumenti analoghi a CAT-Q dovrebbero idealmente discriminare tra ciò che è camuffamento autistico e ciò che è semplicemente "comportamento sociale adattivo che fanno tutti". La review documenta che questa discriminazione non è sempre sufficientemente robusta.
C'è anche una critica più sottile: alcune ricerche usano una "discrepanza tra autovalutazione e valutazione di un osservatore terzo" come misura indiretta di camouflaging — l'idea è che chi camuffa appare meno autistico agli altri di quanto si senta. La review sottolinea che questa metodologia, se applicata senza un riferimento solido alla letteratura sui self-other discrepancy in altri contesti, può portare a conclusioni fragili.
Il problema della rappresentatività
Un terzo aspetto critico riguarda chi viene incluso negli studi sul camouflaging. La review Autism identifica due bias principali:
Sovrarappresentazione di donne autistiche con diagnosi adulto-tardiva. Sono frequenti partecipanti perché:
- Hanno una storia di camuffamento spesso lunga e cosciente,
- Sono più presenti nelle community online da cui spesso vengono reclutati i campioni,
- Hanno motivazione e capacità di completare questionari complessi.
Sottorappresentazione di persone autistiche con bisogni di supporto elevati. Persone autistiche con difficoltà intellettive o linguistiche significative sono raramente incluse nelle ricerche sul camouflaging, sia per ragioni metodologiche (i questionari richiedono buona competenza linguistica), sia perché il fenomeno potrebbe non essere stato concettualizzato in modo applicabile a loro2.
Risultato: quello che la letteratura scientifica chiama "camouflaging autistico" potrebbe essere, in larga parte, "camouflaging tipico delle donne autistiche con bassi bisogni di supporto e diagnosi adulta". Non è poco, ma non è tutto.
Cosa NON sta dicendo la review (e cosa sì)
Va detto con grande chiarezza, perché altrimenti il rischio di lettura distorta è alto: la review non sta dicendo che il camouflaging non esiste. Non sta dicendo che le persone autistiche stiano esagerando. Non sta dicendo che il prezzo psicologico del camuffamento — il burnout, l'esaurimento, la perdita del sé autentico — siano fenomeni inventati.
Sta dicendo qualcosa di diverso, e di importante: che il modo in cui la scienza sta studiando il fenomeno ha bisogno di maggiore precisione concettuale e metodologica. Sta sollecitando i ricercatori a:
- Definire chiaramente quale termine stanno usando e perché,
- Riferirsi alla letteratura concettuale di base in modo sistematico,
- Disegnare strumenti di misura che discriminino meglio tra camouflaging autistico e fenomeni vicini come l'ansia sociale,
- Includere campioni più diversi, in particolare persone autistiche con bisogni di supporto elevati.
Per chi si riconosce nel concetto di masking dal punto di vista esperienziale, niente cambia in termini di legittimità del proprio vissuto. Quello che cambia è la consapevolezza che la scienza dietro la parola sta ancora lavorando.
Cosa significa per chi vive il camuffamento
Anche se la review è eminentemente metodologica, alcune implicazioni pratiche emergono.
Primo: distinguere masking da ansia sociale è clinicamente utile. Una persona autistica che sperimenta forte camouflaging probabilmente ha anche ansia sociale come comorbidità — le due cose si rinforzano. Ma sono fenomeni concettualmente distinti: l'ansia sociale è la paura del giudizio negativo; il camouflaging autistico è il tentativo di nascondere o compensare tratti che non ci si è scelti. Un percorso clinico utile dovrebbe affrontare entrambi i livelli, non confonderli.
Secondo: il punteggio CAT-Q non va preso come una "diagnosi di camouflaging". È uno strumento di ricerca, non un test diagnostico clinico. Punteggi alti possono indicare alta consapevolezza del proprio camuffamento, ma anche elevata ansia sociale, o un profilo di adattamento sociale ad alta consapevolezza. Va interpretato in un contesto clinico più ampio.
Terzo: il "smettere di mascherare" non è un obiettivo terapeutico semplicistico. Il camouflaging serve spesso una funzione protettiva concreta in ambienti che possono essere ostili o non sicuri. L'obiettivo realistico non è "smettere di mascherare", ma costruire spazi e relazioni in cui il mascheramento non sia necessario, e capire quando vale la pena mantenerlo (per ragioni di sicurezza professionale, ad esempio) e quando il prezzo è troppo alto.
Quarto: il burnout autistico è documentato e merita attenzione. Indipendentemente dalle questioni metodologiche sulla CAT-Q, il fatto che il camuffamento prolungato si associ a depressione, ansia, esaurimento è ben documentato in molte fonti convergenti. Chi sta vivendo questo non deve aspettare che la scienza si sistemi per cercare aiuto.
Quinto: includere voci diverse migliora la conoscenza. La review sottolinea il bias verso donne con diagnosi tardiva e bassi bisogni di supporto. Per la community questo significa due cose: dare valore anche alle voci autistiche meno presenti online, e non assumere che la propria esperienza sia rappresentativa di tutto lo spettro.
I limiti della review
La review Autism è una analisi critica della letteratura, non uno studio empirico nuovo. Le sue conclusioni si basano su ciò che è stato pubblicato, e quindi riflettono in parte i limiti della letteratura esistente. Inoltre, è una sintesi qualitativa: non c'è una meta-analisi quantitativa che sostituisca le valutazioni statistiche degli studi originali.
Va anche detto che la critica non equivale a un'invalidazione: gli autori non stanno dicendo che la ricerca passata sia "sbagliata", ma che ha bisogno di maggior rigore per il futuro. Molti dei contributi degli ultimi vent'anni restano scientificamente validi nella loro portata limitata.
Questo articolo è divulgativo e non sostituisce un consulto clinico. Il vissuto soggettivo del camuffamento è un dato esperienziale di valore, ma le decisioni sui percorsi di valutazione, supporto o psicoterapia legati ad autismo e camouflaging vanno prese con un professionista esperto di neurodivergenze nell'adulto.
Conclusione
La scienza è un processo di affinamento progressivo, non un repertorio di verità definitive. Il fatto che una review critica nel 2026 metta in questione la chiarezza di un concetto entrato nel lessico mainstream è un segnale di salute, non di crisi. Significa che la ricerca sul camouflaging autistico sta maturando: dalle prime descrizioni qualitative degli anni 2010, sta passando a una fase in cui ci si interroga sulle definizioni, sugli strumenti, sui campioni.
Per chi vive il fenomeno in prima persona, il messaggio è doppio. Da un lato: il tuo vissuto è reale, è importante, è in buona compagnia. Dall'altro: la scienza che spiega quel vissuto è ancora in costruzione, e merita la pazienza di osservarla evolvere senza pretendere che ogni risposta sia già sigillata.