Una precisazione che serve subito
Prima di tutto: la dislessia è una condizione reale, ben documentata, con basi neurobiologiche solide, che affligge milioni di persone in tutto il mondo. Esiste, va riconosciuta, va supportata. Questo articolo non discute la realtà della dislessia.
Quello che discute, sulla scorta di un articolo critico pubblicato sul Journal of Clinical and Experimental Neuropsychology nell'aprile 2026, è qualcosa di più sottile: come la diagnosi di dislessia viene fatta negli adulti, e perché negli ultimi decenni il numero di adulti con diagnosi è aumentato in modo che gli autori considerano problematico — fino al punto di includere persone con storie di lettura sostanzialmente normali, che ricevono l'etichetta solo dopo essere arrivate all'università o al mondo del lavoro.
È una conversazione difficile, perché tocca corde di equità (il diritto agli accomodamenti per chi ne ha bisogno), di identità (come si auto-definiscono persone che hanno ricevuto la diagnosi tardi), e di rigore scientifico (cosa stiamo davvero misurando quando diagnostichiamo). Ma è una conversazione che il blog AttentaMente ritiene utile portare, perché la cura della precisione diagnostica protegge sia chi ha una dislessia genuina sia il senso pubblico della condizione.
Cosa dice l'articolo critico
L'autore della critica osserva che la dislessia è stata storicamente concettualizzata come una difficoltà severa, complessa e persistente nell'apprendimento della decodifica del testo scritto. Una persona dislessica fatica significativamente a tradurre i simboli grafici in suoni e parole, e questa difficoltà accompagna tutta la sua storia scolastica fin dalle prime fasi.
Negli ultimi decenni, però, la definizione si è espansa. Molti adulti senza alcuna storia documentata di difficoltà di lettura significativa — adulti che hanno completato con successo gli studi superiori, l'università, anche percorsi universitari avanzati — ricevono una diagnosi di dislessia in seguito a valutazioni richieste per ottenere accomodamenti universitari, certificazioni professionali, o nel contesto di contenziosi sul lavoro.
L'autore sostiene che questa espansione si fonda su due errori concettuali e metodologici.
Errore 1: confondere correlazione di gruppo con marcatori individuali.
I gruppi di lettori in difficoltà tendono a presentare, con maggiore frequenza rispetto ai lettori senza difficoltà, una varietà di problemi cognitivi: deficit di memoria di lavoro fonologica, di velocità di processamento, di accesso lessicale rapido, di consapevolezza fonologica. Questo è ben documentato.
Da questa correlazione di gruppo è stato tratto un passo logicamente scorretto: poiché questi deficit cognitivi sono più frequenti nei lettori in difficoltà, allora la presenza di questi deficit cognitivi in un singolo individuo può essere usata come marker diagnostico di dislessia, anche se quell'individuo non ha mai avuto difficoltà di lettura significative.
L'autore evidenzia che questo è un classico errore di inferenza: dal gruppo all'individuo. Una correlazione del 60% tra deficit fonologico e dislessia in una popolazione non implica che un individuo con deficit fonologico isolato abbia dislessia. Significa, al massimo, che ha un deficit fonologico isolato — che in molti casi non ha mai prodotto problemi di lettura nella vita reale.
Errore 2: peso eccessivo su sintomi auto-riferiti e sull'esperienza vissuta.
La diagnosi di dislessia in adulto, in molti contesti contemporanei, dà peso significativo all'auto-riferimento dei sintomi attuali: "ho difficoltà a leggere lunghi testi", "mi affatico nella lettura", "rileggo più volte la stessa frase". L'autore non nega che queste esperienze possano essere reali e meritino attenzione — ma osserva che molte persone non dislessiche le vivono nella stessa misura, e che usare l'esperienza soggettiva contemporanea come prova primaria di una condizione concepita come problema severo, complesso e persistente fin dall'infanzia è metodologicamente problematico.
Il contesto sociale: dove arriva la pressione
L'autore non fa il moralista. Riconosce che l'espansione della diagnosi di dislessia in età adulta è in parte spinta da dinamiche sociali e istituzionali concrete:
Il sistema universitario offre accomodamenti significativi (tempo aggiuntivo agli esami, supporti tecnologici, modalità d'esame alternative) a chi ha una diagnosi formale di dislessia. Questo crea, oggettivamente, un incentivo per gli studenti che faticano a ottenere risultati nel sistema standard a cercare la diagnosi.
Il mondo professionale — in particolare in alcuni paesi anglosassoni, ma sempre più anche in Europa — riconosce la dislessia come una condizione protetta dalle leggi sulle pari opportunità, con conseguenze sui rapporti di lavoro e sulle controversie con i datori di lavoro.
La professione valutativa ha un interesse economico nella valutazione (i test diagnostici sono parte del lavoro di molti psicologi e neuropsicologi). L'autore sottolinea che questo è un'osservazione strutturale, non un'accusa di malafede individuale.
La cultura terapeutica dell'autoidentificazione ha reso più legittima e diffusa la categoria del "io sono dislessico". Un'identità che, per chi la abbraccia in modo informato, può essere preziosa; ma che, se fondata su basi diagnostiche fragili, diventa parte del problema.
Il prezzo della sovradiagnosi
Il punto centrale della critica è: chi paga il prezzo di una diagnosi imprecisa?
Pagano in primis le persone con dislessia genuina. Quando la categoria diagnostica diventa diluita — quando "dislessia" può significare tutto, dalla difficoltà severa di un bambino che a otto anni non riesce a decodificare il testo, alla fatica di lettura di un manager universitario di successo — la condizione perde specificità clinica e perde forza politica. Gli accomodamenti vengono erogati a popolazioni più ampie ma con minore precisione, e le risorse si distribuiscono in modo meno mirato.
Pagano anche gli adulti che ricevono la diagnosi fragile. Possono auto-attribuirsi limiti che non hanno, possono spostare la responsabilità di difficoltà che hanno cause diverse (stanchezza, ansia, scarsa pratica, fattori ambientali) su un'etichetta che non li aiuta a risolverle, possono rimanere fissati su una categoria diagnostica anziché lavorare sulle vere cause delle loro difficoltà.
Paga la scienza. Studi sulla dislessia che includono popolazioni diagnosticate con criteri eterogenei producono risultati di difficile interpretazione e generalizzazione, rallentando la comprensione della condizione.
L'autore documenta queste preoccupazioni anche con esempi nel mondo dell'istruzione superiore, della formazione medica, e dei contenziosi del lavoro — tre ambiti in cui le diagnosi adulte di dislessia hanno avuto effetti pratici significativi.
Cosa fare, allora
L'autore propone una correzione di rotta che non equivale a "smettere di diagnosticare adulti": equivale a diagnosticare con criteri più solidi.
Tornare al criterio di severità, complessità e persistenza fin dall'infanzia. Una diagnosi di dislessia in adulto dovrebbe richiedere documentazione (anche aneddotica ma chiara) di difficoltà di lettura significative iniziate in età scolare e mai pienamente compensate. Non basta avere oggi una lettura più lenta della media: serve una storia.
Distinguere la dislessia da altre condizioni che producono lettura faticosa. Affaticamento, ansia da prestazione, scarsa pratica, deficit attentivi, problemi visivi non corretti, sonno disturbato cronico — molti fattori producono lettura non ottimale negli adulti senza che ci sia una dislessia di base.
Non confondere la presenza di un deficit cognitivo isolato con la diagnosi della condizione clinica. Avere un punteggio basso in una sub-scala di velocità di processamento, in un adulto senza storia di difficoltà di lettura, non dovrebbe automaticamente diventare "dislessia".
Includere lo screening dell'ADHD e di altre condizioni concomitanti. Molti adulti che cercano valutazioni di dislessia hanno in realtà un ADHD adulto non diagnosticato, le cui difficoltà attentive possono produrre lettura più lenta e affaticabile senza essere dislessia. Una valutazione integrata è clinicamente più rispondente alla realtà.
Cosa significa per chi ha ricevuto una diagnosi di recente
Se ti sei vista riconoscere una diagnosi di dislessia da adulta o adulto in tempi recenti, alcune indicazioni equilibrate.
La tua diagnosi non è automaticamente "fragile" perché è arrivata tardi. Esistono molti adulti con dislessia genuina che hanno ricevuto diagnosi tardive — donne in particolare, persone con QI elevato che avevano compensato per anni, persone che avevano evitato il sistema scolastico in cui le difficoltà sarebbero emerse, persone che vivevano in contesti meno attenti ai DSA negli anni 80 e 90. Per loro la diagnosi tardiva è doverosa e legittima.
Vale la pena chiedersi se la storia coincide. Una valutazione solida tipicamente esplora la tua infanzia: come hai imparato a leggere, quanto tempo ci hai messo, come andavi a scuola in italiano, se gli insegnanti notavano qualcosa, se in casa tuoi genitori hanno avuto difficoltà simili. Se la tua diagnosi si è basata principalmente su sintomi attuali e su un test cognitivo isolato, senza una ricostruzione della storia di lettura, vale la pena un confronto in più con uno specialista esperto di DSA adulti.
Se la diagnosi è genuina, gli accomodamenti restano legittimi. Una valutazione più rigorosa non significa togliere supporti a chi ne ha bisogno. Significa garantire che le persone con dislessia genuina ricevano gli accomodamenti adeguati, e che il sistema rimanga sostenibile nel tempo.
Se la diagnosi è incerta, alcune difficoltà possono essere comunque reali. Avere lettura faticosa, scarsa concentrazione, fatica con i testi lunghi sono problemi che meritano attenzione anche se non si configurano come dislessia. La risposta non è cercare un'altra etichetta, ma capire cosa effettivamente sta producendo le difficoltà — può essere ADHD, può essere un disturbo del sonno, può essere uno stato d'ansia cronico, può essere una combinazione.
I limiti dell'articolo critico
Va riconosciuto che l'articolo è una posizione argomentata, non una review sistematica. Le sue conclusioni si basano su un'analisi della letteratura disponibile e sull'esperienza dell'autore, non su uno studio empirico nuovo. È un contributo al dibattito scientifico, non una sentenza definitiva.
Alcuni esperti potrebbero contestare alcune delle posizioni — sostenendo, ad esempio, che la concettualizzazione moderna della dislessia come spettro continuo (anziché categoria discreta) richiede criteri diagnostici più ampi, o che l'auto-riferimento dei sintomi è una fonte legittima di informazione clinica.
Va anche segnalato il paper Diagnosing specific learning disorder in adults Part I: conceptual and methodological challenges (sempre 2026, stessa rivista, PMID 42082169), che affronta da un'angolazione complementare la stessa difficoltà — i criteri diagnostici dei disturbi specifici di apprendimento negli adulti sono frammentati, le definizioni storicamente instabili, l'evidenza empirica per i criteri vigenti incompleta. Quel paper, più tecnico, conferma che il problema è reale anche al di là della specifica posizione critica qui discussa.
Conclusione
La diagnosi di dislessia in età adulta è un territorio clinicamente delicato. C'è un equilibrio da tenere tra il riconoscimento delle persone con dislessia non diagnosticata in tempo (in particolare donne, persone ad alto QI, adulti che vissero infanzie meno attente ai DSA) e la protezione del costrutto diagnostico da una diluizione che ne mina specificità e utilità.
L'articolo critico del 2026 chiede ai professionisti, alle istituzioni e alla community di non liquidare questa tensione come un dettaglio tecnico, ma come una questione di rigore scientifico che ha conseguenze pratiche su molte persone.
Per chi sta valutando una diagnosi: la migliore protezione è cercare un valutatore esperto di DSA adulti, che integri storia personale, valutazione cognitiva approfondita, screening per condizioni alternative o concomitanti. La diagnosi è un atto serio, e merita un percorso di valutazione coerente con la sua serietà.